Dalla fondazione, 1672, ad oggi

Secondo il cronista Domenico Maria Baldassarri, padre servita, che tra il 1663 e il 1690 redasse le Mernone antiche di Budrio, la gioventù budriese era quasi tutta, per un’innata inclinazione, dedita al recitar nei teatri. Dovette perciò essere questo il motivo principale che spinse due privati cittadini, nella seconda metà del Seicento, ad erigere un teatro nelle loro rispettive abitazioni. Uno era il Teatro da Commedie per la gioventù, fatto costruire da Giambatista Fracassati (dotto religioso morto nel 1690), di cui assai presto si perdono le tracce. L’altro teatro, fatto costruire da Paolo Sgarzi nel 1672, nel suo palazzo sito in “via Longa di S.Domenico”, è giunto fino ai giorni nostri; ricostruito negli anni Venti è l’odierno Consorziale. L’odierna facciata principale (su via Garibaldi) è rimasta inalterata (escludendo la rettifica degli archi sopra agli accessi), a testimonianza dell’antica origine di teatro privato, interno ad un’abitazione borghese (casa Sgargi). Nacque quindi come teatro privato, usanza diffusa in quel tempo, ma fin dalle origini fu aperto gratuitamente anche al pubblico per rappresentazioni, feste da ballo e accademie.

Da Paolo il teatro passò al di lui figlio Giambattista, colto studioso di belle lettere e accademico Intrepido; da questi alle nipoti nel 1724. Le sorelle Sgarzi (o Sgargi) nel 1735 vendettero il teatro, al prezzo di £. 800 a Giuseppe Maria Boriani, notaio assai benestante. In quell’anno furono redatte alcune perizie fatte da mastri muratori locali, che verificarono lo stato dell’edificio. Costoro rilevarono come da molti anni il teatro fosse inutilizzato e in uno stato assai rovinoso. Nel 1793 Giuseppe Maria Boriani junior morendo lasciò in eredità tutti i suoi averi, tra cui il teatro, all’Opera Pia Bianchi. Nell’inventario dei beni il teatro è valutato lire 2.200; risulta inoltre dotato di scenario consistente in diverse tele e rispettive «giunte» rappresentanti: sala, atrio e giardino (valutate in tutto 400 lire).

Sembra che nonostante il teatro fosse in effetti di proprietà privata, il pubblico potere esercitasse un forte controllo sugli spettacoli, volto in particolar modo ad ostacolare la presenza di compagnie comiche professioniste e a favorire le rappresentazioni delle compagnie del paese. Il teatro era sì considerato un’istituzione utile, ma non assicurava un sufficiente reddito. Sono quindi comprensibili le continue oscillazioni dello stato di conservazione e conseguentemente del valore di mercato.

Ad esclusione di una notizia riportata nel foglio settimanale «Bologna», stampato da G.Monti, secondo cui il 16 ottobre 1696 fu rappresentata, del budriese Giuseppe Maria Cesari, «un’opera bellissima intitolata l’hicostanza costante, ove vi concorsero molte dame e cavalieri», nonché di un Sedecia ultimo re di Giuda del Granelli che sarebbe stato rappresentato nel carnevale 1742; nulla sappiamo di certo dell’attività svolta nel teatro in quel periodo. Benché svariati indizi lasciano supporre che la struttura funzionasse. Tra questi, l’esistenza di uno scenario, come abbiamo visto, nonché di un bando «sopra il rispetto dovuto ne’ teatri», datato 13 gennaio 1787, conservato presso l’Archivio Comunale di Budrio. Ad operare nel teatro furono certamente i dilettanti di comica del paese. Pare inoltre che Faustino Trebbi vi abbia prestato gratis la sua opera di pittore-scenografo. Quasi certamente vi furono date le opere del capitano e membro del Consiglio della Comunità Domenico Inzaghi (1737-1824), letterato per diletto, autore di un gran numero di tragedie e commedie, e collezionista d’arte. Il quale, dando alle stampe le sue opere nel 1806, afferma nella prefazione: «Avevano è vero i miei drammi riportato in vari incontri il plauso degli ascoltanti».

Nel 1802 il teatro venne acquistato per la somma di £. 2000 dal Consorzio dei partecipanti o Partecipanza di Budrio, da cui trae il nome attuale di Teatro Consorziale. Come altri, analoghi organismi di proprietà fondiaria collettiva sorti nell’Emilia medioevale, anche la partecipanza di Budrio era verosibilmente nata in forza di una concessione (enfiteusi o donazione) di terreni periferici ad colendum, ad melioranduni, ad laborandum. La tradizione più diffusa, ma non suffragata da documenti d’archivio, attribuisce a Matilde di Canossa il merito di aver donato alla comunità di Budrio un vasto possedimento, ancora in gran parte selvoso e palustre, posto nelle pertinenze dell’abitato. Da quest’epoca in avanti la storia del Consorzio dei partecipanti si identifica con la storia della stessa comunità di Budrio. Fino all’Età napoleonica la Partecipanza formò un tutto unico con il Comune: le rendite fondiarie dovevano servire per le necessità comunali, e solo il rimanente era ripartito tra i partecipanti. Dal 1797 i due istituti sono di fatto separati, e tali rimarranno anche durante la Restaurazione e dopo l’Unificazione. Amministrato dai soli partecipanti sotto il controllo dell’autorità statuale (il legato pontificio prima, il prefetto poi), dopo anni di difficoltà economiche, di errori e ingiustizie, il Consorzio fu sciolto con regio decreto nel 1931.I suoi beni, tra cui il Teatro Consorziale e la ricca Pinacoteca (donata da Domenico Inzaghi), passarono al Comune di Budrio, che ne è ancor oggi proprietario e gerente.

Da quando nel 1802 il teatro diviene proprietà della Partecipanza, le vicende che lo riguardano sono ben documentate presso l’Archivio Comunale. I Partecipanti affidano al capo-mastro muratore Vincenzo Boriani numerosi lavori di restauro e abbellimento del teatro. Esso probabilmente acquista in tale occasione quella sobria eleganza conservata fino all’ultima completa ristrutturazione. Viene rifatto e alzato il coperto del palcoscenico e della platea, quest’ultima con la volta a padiglione; sono costruiti i tre ordini di palchi sorretti da colonne doriche e i camerini.

Nel 1810 un tal Filippo Massarenti chiede alla Partecipanza il teatro gratis per cinque anni con la facoltà di subaffittarlo, impeguandosi a corredarlo di scenari: una reggia, un campidoglio, una strada ed una magnifica camera, che saranno dipinti dal budriese Francesco Cocchi entro il carnevale del 1811. Così in effetti dovette essere, poiché nel 1811 il Cocchi si trasferì a Roma. Nell’inventano, compilato nel 1815, degli effetti esistenti nel teatro, appare assai ricco il corredo di scena, tra cui figura appunto un campidoglio, un bosco, pezzi per un castello con torre e quinta di una camera non terminata. Un’altra consistente quota di opere di risistemazione della sala teatrale e del palcoscenico viene effettuata tra il 1837 e il 1838, inoltre si dà incarico al pittore budriese Luigi Sacchi di dipingere nuovi scenari: un villaggio, una piazza, un bosco e una reggia. In un inventano del 1839 sono menzionate anche tre macchine per fingere il tuono, la pioggia e il vento. Altri scenari ancora vengono fatti nel 1841 e nel 1855, questi ultimi dipinti da un tale Marini, segno evidente di una intensa attività. Sulle scene si alternano dilettanti budriesi, compagnie di giro e filodrammatiche bolognesi. Si recitano commedie, tragedie; si fanno accademie vocali e musicali e spettacoli di vario genere. Immancabili i veglioni di carnevale. Gli spettacoli si susseguono in modo più o meno regolare nell’arco dell’anno, con maggiore frequenza in carnevale e in occasione della fiera di S. Lorenzo. Durante la prima guerra mondiale il teatro fu concesso per alloggiarvi i militari e usato come deposito per i fiori di tiglio. Dal 1920 fu adibito anche a sala cinematografica, inoltre vi si tennero comizi e adunanze (qui parlarono più volte Quirico Filopanti, Andrea Costa e Aurelio Saffi). Negli anni 1922-23 il teatro viene dichiarato inservibile, privato dell’impianto di illuminazione, arredi e scenari, e ne è vietata l’apertura. Pertanto si rende necessaria la ricostruzione del teatro, il Consiglio della Partecipanza delibera in tal senso nel marzo 1923. Nel giugno successivo viene pubblicato il concorso a tal fine bandito le cui norme sono dettate dall’ingeguer Lorenzo Colliva. Risulterà vincitore il progetto redatto dal geometra Francesco Fabbri di Budrio e dall’architetto Fausto Fiumalbi di Bologna. Con i proventi ricavati soprattutto dalla vendita di una tenuta consorziale e altri beni immobili, nonché con la partecipazione dell’Amministrazione Comunale, è resa possibile la costruzione del nuovo e assai più ampio teatro. La sala realizzata – tra l’ottobre 1924 e il 1928 – ha pianta a campana, due ordini di gallerie rette da sottili pilastrini in ghisa, e una terza gradinata centrale affianca lateralmente da due balconate. Le sobrie decorazioni, policrome e dorate, di ispirazione neoclassica sono eseguite dal pittore Armando Aldrovandi. L’inaugurazione avviene il 6 ottobre 1928 con la Giocouda di A. Ponchielli.

Sciolta la Partecipanza, nel 1932 il teatro passa al Comune. Gli spettacoli continuano fino al 1940. Nel dopoguerra riprende la sua attività e contemporaneamente è oggetto di parziali interventi di riadattamento, quindi dal 1962 al 1985 è oggetto di numerose opere di manutenzione (ampliamento del palcoscenico, inalzamento della torre scenica), infine nel 1986 si realizza un progetto di restauro e adeguamento normativo. Negli ultimi anni (2003) l’esterno dell’edificio è stato oggetto di un restauro conservativo, inoltre si sono apportate modifiche agli spazi interni dedicati all’ingresso, biglietteria e bar. Tali lavori si debbono completare con l’acquisizione di una parte dell’edificio adiacente, ex casa del custode, da destinare ad uffici e biglietteria.

Negli anni il Teatro Consorziale ha raggiunto e superato l’antica rinomanza; strumento valido di cultura, offre alla popolazione vasti e ricchi programmi: dalla prosa classica al teatro comico, dalla musica e all’operetta, dalle commedie dialettali alla rassegna di teatro per ragazzi. Un cartellone complesso che supera i confini di Budrio, paese di 18400 abitanti, per rivolgersi ad un pubblico più vasto, tenuto conto che la stessa Bologna dista appena una ventina di chilometri.