Quattro secoli in palcoscenico

PRIMA DEL TEATRO… LA MASCHERA: IL DOTTOR CAMPANAZZO DA BUDRIO

storia del teatro consorziale di Budrio

Il Doctor Grazianus Padelonus, posteriore al budriese Dottor Campanazzo, in un’incisione del sec. XVII

Ancor prima che venisse aperto al pubblico il teatro di Paolo Sgarzi (1672) a Budrio ci si divertiva creando “maschere” nuove, che ebbero fortuna anche all’estero. In un lontano studio (1979) Fedora Servetti Donati portò alla luce la storia della prima maschera budriese: il Dottor Campanazzo da Budrio, raffigurazione satirica del Dottore dell’Università di Bologna, che metteva in ridicolo quanti, pur vantandosi del titolo ottenuto nel famoso Studio, non riescono a concludere nulla. Campanazzo, precursore del più famoso Balanzone, fu creato e portato sulle scene dal “comico” Francesco Rivani di Vedrana. Nel nome compare la caratterizzazione critica della maschera: “campana”, accresciuto del dispregiativo azzo, allude al doppio senso della parola, per indicare “persona sorda”, “lenta di comprendonio”. Il “da Budrio” è uno scherzoso riferimento al celebre giurista Antonio da Budrio (sec. XV) e sottolinea la provenienza campagnola del nostro Dottore. Il Rivani diventò tutt’uno col suo personaggio, tanto che l’unico cronista che ne parla nelle sue “Memorie antiche di Budrio” (1663-1690), il frate Domenico Baldassarri, lo presenta come “Francesco Rivani, detto il Dottor Campanazzo da Budrio, che nell’arte comica fu stimato eccellente e molto caro ai Principi dell’Italia, come anche a quelli di fuori”. Fu infatti chiamato, nel 1605, alla corte di Baviera e presso altre corti, fino ad arrivare alla corte imperiale di Vienna, dove rimase tre anni, componendo e interpretando molte commedie. Nel 1615 era di nuovo a Budrio, ma poco dopo fu invitato a esibirsi aTorino, dove morì nel 1620.

 

LA FONDAZIONE DEL TEATRO

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Lo stemma di Paolo Sgargi, il portico di San Domenico (foto Vittorio Bonaga), la sinopia dello stemma Sgargi nel portico di San Domenico

Francesco Rivani, creatore del Dottor Campanazzo da Budrio (di cui abbiamo parlato nella prima “puntata”) non era il solo budriese ad avere la predisposizione all’arte teatrale.
Infatti, Domenico Baldassarri ci informa che “in questa Terra la gioventù quasi tutta per certa innata inclinazione è dedita a recitare ne’ teatri… Il che è stato uno dei primieri motivi che abbia svegliato l’animo del generoso Paolo di Giovanni Sgarzi, cittadino di questa patria, all’avere egli, l’anno 1672, il 26 Ottobre, gettato li fondamenti ad un Teatro in questa terra per simili funzioni: che, ridotto a perfezione dal medesimo, l’hanno stimato gli intelligenti potersi eguagliare a quelli che fanno mostra nelle prime città circonvicine…”.
Paolo Sgargi (o Sgarzi), ricco proprietario originario della Riccardina, “fondò la sua casa in questo Castello, in cui fabbricò a tutte sue spese un vago[bel] teatro”- come scrive l’altro nostro storico antico Domenico Golinelli nelle sue “Memorie istoriche di Budrio” (1720).
Avere un teatro “in casa” era in uso nel Seicento soprattutto nelle ville dei nobili, emulati però anche dai borghesi più facoltosi, ma il teatro era rigorosamente privato. Lo Sgargi invece volle il suo aperto al pubblico, che poteva assistere gratuitamente alle rappresentazioni e alle feste, particolarmente frequentate durante il Carnevale. Esempio di generosità e interesse per la comunità, dimostrato pure nella costruzione a sue spese, nel 1680, del portico antistante la chiesa di San Domenico, dove si intravvede ancora da una parte il suo stemma e dall’altra alcune lettere del nome: olo Sgar.

 

QUANDO I TEATRI ERANO DUE

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La pianta di Budrio di Alfonso Torreggiani, 1720

Nel 1720, il rinomato architetto budriese Alfonso Torreggiani disegna una dettagliata “Pianta di Budrio Castello” per illustrare le “Memorie Istoriche di Budrio” di Domenico Golinelli. Il paese ci appare perfettamente delineato nelle sue case, strade, giardini, piazze, chiese e… teatri. Ne sono indicati ben due: il “Teatro, Casa e Giardino del Sig. Sgargi” – il nostro teatro – che occupava una vasta area tra l’odierna via Saffi (a nord) e la “Strada Lunga di S. Domenico” (ora via Garibaldi, a sud) e il “Teatro e Casa de’ Sig.ri Fracassati Medosi”, nell’odierna via Marconi. Quest’ultimo, fatto costruire nella seconda metà del Seicento dal sacerdote Don Giambattista Fracassati, discendente di una nobile casata budriese, erudito e amante delle lettere, fu un “teatro da Comedie”, anch’esso aperto al pubblico, come ci informa il Golinelli che lo dice “fabbricato dal Fracassati per comodo della Gioventù di Budrio”.
La presenza di due teatri nel breve tratto delle mura conferma l’entusiasmo dei budriesi per l’arte comica di cui ci parlava il Baldassarri e la loro voglia di divertirsi.
Il Teatro da Commedie ebbe però vita breve: lasciato in eredità (1690) da Giambattista al nipote Ludovico Medosi, non compare più nei documenti già dalla seconda metà del Settecento. Lunga vita invece avrà il teatro di Paolo Sgargi…

 

MOLTE DAME E CAVALIERI…

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Il foglio settimanale “Bologna” del 16 ottobre 1696 (Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna)

“Domenica sera nell’antico Castello di Budrio si rappresentò un’opera bellissima intitolata L’incostanza costante, parto d’un ingegno del Paese [Giuseppe Maria Cesari] ove vi concorsero molte dame e cavalieri”. Questa la notizia apparsa il 16 ottobre 1696 sul foglio settimanale “Bologna”, uno fra i pochissimi documenti sul teatro a quei tempi, indicati nella sua pregevole scheda da Lidia Bortolotti e da me recuperato alla biblioteca dell’Archiginnasio. Da pochi anni (1691) era morto Paolo Sgargi e il teatro, in piena attività, era passato al figlio Giambattista, che, a sua volta, lo lasciò in eredità alle figlie (1724). Ma, allora come oggi, il teatro per vivere aveva bisogno di molta manutenzione e impegno. Le sorelle Sgargi, invece, lo lasciarono in abbandono e finirono per venderlo, nel 1735, al notaio Giuseppe Maria Boriani, discendente da una facoltosa famiglia budriese, che fin dal ‘500 possedeva nella stessa Strada Longa di San Domenico una sfarzosa abitazione: il palazzo Boriani (poi Boriani-Dalla Noce, oggi sede della Biblioteca). Dalle perizie eseguite da mastri muratori, lo stato dell’edificio risultò tanto degradato da far suppore che già da tempo fosse poco utilizzato. Il Boriani se ne prese cura e nel corso del ‘700 il teatro dovette essere molto attivo se alla fine del secolo poteva vantare numerosi scenari di pregevole fattura, come appare nell’inventario dei beni lasciati in eredità da Giuseppe Maria junior, nel 1793, all’Opera Pia Bianchi.

 

“BANDO SOPRA LE MASCHERE”: IL CARNEVALE IN TEATRO

Carnevale 1950 - Storia del teatro consorziale di Budrio

Il manifesto del Carnevale di Budrio 1950 ( da:”Budrio: le maschere, il teatro, la festa” di Fedora Servetti Donati, 1990.)

Nei bandi conservati nel nostro Archivio storico se ne trovano alcuni della fine del ‘700, emessi dal Cardinal Legato “della città di Bologna e contado” (di cui Budrio faceva parte) e pubblicati ogni anno nel mese di febbraio. Elencano una serie di norme e restrizioni cui devono attenersi le “maschere” nei luoghi pubblici, in particolare in teatro, durante il carnevale e mostrano la preoccupazione dell’autorità per quanto può succedere. Dietro la maschera si è tutti uguali e tutti possono entrare ovunque, quindi anche in teatro: il carnevale è “un mondo alla rovescia”, che per qualche giorno permette di sovvertire regole, tabù e rapporti gerarchici. Ma anche la trasgressione deve avere un limite. Così, nel bando del 1786, il Cardinal Legato Giovanni Andrea Archetti prescrive, ad esempio, “Che nessuno possa tirar melangoli [arance], pomi, rape, fango, cenere o altre immondizie, ne meno tirar razzi, e simili cose sotto pena di scudi cento, di tre tratti di corda ed altro ad arbitrio”. La festa si celebrava nelle piazze e nei teatri dove fin dal ‘600 si davano numerose rappresentazioni. Per il teatro budriese abbiamo una testimonianza relativa al carnevale del 1742, ma, come dimostrano i bandi, le feste carnevalesche si protrassero anche oltre. Soprattutto nella seconda metà dell’800, quando il teatro era già Consorziale ed era stato ampliato, la fama dei veglioni mascherati richiamava pubblico, oltre che da Bologna, anche dalla Romagna e dal Ferrarese. I veglioni e i corsi mascherati, cui contribuì con la sua arguzia Augusto Majani, Nasìca, continuarono fino alla Grande Guerra. Ripresi alla fine degli anni ’20 del ‘900, subirono una nuova interruzione durante la seconda guerra mondiale. Ma nel 1950 il Carnevale budriese, con i veglioni in teatro e i corsi mascherati, risorse, tanto che l’anno seguente le Maschere riunite a Bologna nel primo “Convegno delle Maschere italiane” vennero in visita a Budrio. E proprio per il veglione in teatro del 1951 nacque dalla penna del medico Ferruccio Cantelli, raffinato poeta dialettale, una nuova maschera budriese, “Al Dutòur dl’Ucarina”, protagonista di una piccola rappresentazione (“narcisata”) recuperata e pubblicata nel 1990 da Fedora Servetti Donati.

 

SOPRA IL RISPETTO DOVUTO NE’ TEATRI

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Bando del 13 gennaio 1787 (Archivio Storico del Comune di Budrio)

“Che nessuno ardisca di portar seco in platea fiaschi o boccaletti di vino né porsi a berli o darli da bere ad altri […] e sotto pene anche maggiori proibiamo di sputare da palchi o ringhiere in platea o sul Palco delle scene e di gettare qualunque cosa”.

Così troviamo scritto in un bando del gennaio 1787 ,”Sopra il rispetto dovuto ne’ teatri”, emanato dal cardinal legato della città di Bologna e contado e contenente le norme cui devono sottostare tutti i teatri del territorio, pubblici e privati, dunque anche quello di Budrio. Pene severissime per i trasgressori, fino all’ essere “portati alle carceri e puniti con tre tratti di corda”. E l’elenco dei comportamenti punibili, oltre a quelli già indicati, è lunghissimo: salire sul palcoscenico, la mancanza di rispetto alle maschere, l’ingresso in platea di “persone sbracciate in camicia o indecentemente vestite”, il “montare sui banchi, fischiare, battere su’ i banchi o i bastoni sul pavimento, fare strepito che ecceda quella moderata allegria e quel proporzionato applauso che può contentare e animare gli attori”. E ancora la proibizione, “anche nei corridoi, negli atri nelle adiacenze de’ teatri, di qualsiasi schiamazzo o battimento di mano” e l’esortazione per “chi cammina in platea o passa davanti a chi è seduto ad usare modi civili, e non urtare e calpestare gli altri”.
Dal bando esce l’immagine di un pubblico abituato ad essere molto maleducato; ma la motivazione del legislatore per pene così severe si fonda su un principio valido anche oggi: “Quale è la decenza e la civiltà nei teatri, tale è l’idea che formar si può della costumatezza e coltura di una città”.

E se lo applicassimo a quelli che tengono acceso il cellulare durante le rappresentazioni o addirittura vi parlano o vi giocano?

 

IL TEATRO DIVENTA CONSORZIALE

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Avviso 8 aprile 1804 (Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna, VIII.33.01)

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Avviso 10 agosto 1805 (Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna, VIII.33.02)

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Avviso 21 luglio 1821: “L’Italiana in Algeri” di Gioacchino Rossini, (Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna, VIII.33.03)

Il 16 nevoso XII del calendario rivoluzionario francese (20 gennaio 1802) il teatro fu acquistato per £ 2200 dal Consorzio dei Partecipanti (o Partecipanza), antica istituzione budriese che affiancava da secoli il Comune. I necessari lavori di restauro furono affidati al capomastro Vincenzo Boriani, che oltre a ricostruire il palcoscenico e le coperture, ampliò l’edificio ricavando i camerini da locali annessi dalla adiacente casa Sgargi, e abbellì l’edificio con tre eleganti ordini di palchi. Lavori imponenti ma veloci, se in alcuni “Avvisi” del 1804 e 1805 il teatro appare già funzionante, con un cartellone anche estivo. Gli spettacoli spaziavano dalle tragedie alle commedie (da Alfieri a Goldoni) ed erano interpretati da compagnie bolognesi e dalle due esistenti a Budrio: i Dilettanti di Comica e i Dilettanti di Teatrale Declamazione. Il teatro rinnovato diventò un vanto per il paese, tanto che per la visita del Prefetto napoleonico del Reno nel 1807 fu scelto come luogo per onorare l’ospite, con luminarie e rappresentazioni.

In questi anni, pur in assenza di documenti certi, si può supporre che venissero messi in scena anche drammi del budriese capitano Domenico Inzaghi, che nel 1806 aveva dato alle stampe il primo volume delle sue opere teatrali e già aveva “riportato in vari incontri il plauso degli ascoltanti”. Anche gli arredi di scena si erano arricchiti: ai prestigiosi scenari di Faustino Trebbi si aggiunsero, nel 1811, quelli del concittadino Francesco Cocchi, docente all’Accademia di Bologna e artista molto noto. Nel 1821 troviamo una novità nella programmazione: il filone operistico, con la rappresentazione de “L’italiana in Algeri” di Rossini, una novità che i budriesi apprezzarono particolarmente.

 

AL TEATRO CONSORZIALE NON SOLO DIVERTIMENTO

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Il Lavoratore – Periodico socialista” del 2 novembre 1901 (Biblioteca nazionale centrale di Firenze)

Spettacoli lirici di alto livello con cantanti noti, veglioni carnevaleschi sontuosi, cui accorreva pubblico anche dal Ferrarese, dalla Romagna e da Bologna contribuirono a consolidare, nella seconda metà dell’Ottocento, la fama del nostro Consorziale, sempre più frequentato. Ma la Partecipanza, attenta al ruolo di bene della Comunità che gli aveva attribuito, lo concedeva spesso anche per attività e manifestazioni che coinvolgevano la cittadinanza, come i concerti e le lezioni della “Università popolare budriese”, fondata dalla “Lega per l’istruzione del popolo”, gratuite e aperte a tutti, tenute anche da Quirico Filopanti; o gli incontri con oratori illustri, dallo stesso Filopanti ad Andrea Costa e Aurelio Saffi. In teatro si celebrò per la prima volta, nel 1893, la festa del Primo maggio e qui si tenne, il 27 ottobre 1901, un “comizio”, ossia un’importante assemblea pubblica, alla quale i budriesi affluirono in massa per discutere i principali argomenti che si volevano inserire nel bilancio preventivo del Comune per l’anno 1902 ed esercitarono una sorta di democrazia diretta chiedendo alla Giunta “la soluzione diretta dei due problemi di pubblica necessità non ancora risolti: i fabbricati scolastici e l’acquedotto”.

 

 IL TEATRO DALLA ROVINA ALLA RINASCITA 1915-1928

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Omaggio poetico alla cantante Lina Pagliughi Montanari, esibitasi nel 1930 nel teatro restaurato(Archivio privato)

Negli anni del primo conflitto mondiale, interrotta fin dall’inizio ogni programmazione e chiuso al pubblico, il teatro venne affittato per un breve periodo per l’ essiccazione dei fiori di tiglio dei nostri viali, che, raccolti e venduti insieme a quelli di malva e camomilla per uso farmaceutico, costituivano una piccola risorsa economica. Ma ben presto fu, come altri edifici pubblici e privati, requisito dal Comando militare e adibito ad alloggio per i soldati ed infermeria. Le carte del 1919 relative alla restituzione dell’edificio alla Partecipanza descrivono uno stato di degrado gravissimo, un teatro irriconoscibile: gli scenari e l’attrezzatura sono andati completamente persi; il palcoscenico, i pianciti, l’impianto elettrico rovinati e inservibili; le tappezzerie semidistrutte. Inoltre bisognava sgomberare macerie e rifiuti lasciati dai militari. Impossibile pensare ad una sistemazione o ad un restauro, bisognava procedere ad una vera e propria ricostruzione. Ma i 133 Partecipanti non potevano rinunciare al loro bene prezioso e cominciarono subito a darsi da fare per far rivivere il teatro: cedettero per 5 anni le loro quote di riporto (£ 20) a favore dei futuri lavori. E offrirono anche un quarto del ricavato dalla vendita della grande tenuta “Boscosa”, avvenuta nel 1922, mentre l’Amministrazione comunale, numerose associazioni e privati cittadini concorsero per raggiungere la cifra necessaria. Nell’ottobre del 1924 si iniziarono i lavori murari affidati alla “Società capimastri di Budrio”, su progetto del geometra comunale Francesco Fabbri e dell’architetto Fausto Fiumalbi di Bologna, e il 6 ottobre 1928 il rinnovato teatro fu solennemente inaugurato con l’allestimento de “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli. La ricostruzione aveva mantenuto il precedente elegante impianto, abbellito dalla delicata decorazione del pittore Armando Aldrovandi. La programmazione riprese con rinnovato vigore e spettacoli lirici e drammatici di rilievo. Nel 1931 la Partecipanza venne sciolta ed il teatro passò, con gli altri beni, al Comune.

 

DIECI MASCHERE, DUE SARTI, UN BARBIERE…

Regolamento teatro

Il regolamento del Teatro Consorziale

In questi tempi di tagli ai bilanci e di dipendenti “in esubero”, ci appare stupefacente quanto apprendiamo da un libretto edito nel 1928, quando il teatro stava per riaprire, restaurato dopo i gravi danni subiti nel corso della Grande Guerra: il “Regolamento del Teatro Consorziale”, che nei suoi 122 articoli elenca i compiti delle varie figure professionali che operavano nel teatro di Budrio. La cosiddetta pianta organica, fra “impiegati principali, subalterni e inservienti in genere”, comprendeva ben 34 dipendenti: il custode, quattro macchinisti, due elettricisti, il “fuochista termosifone”, il buttafuori (incaricato di “regolare l’entrata in scena degli attori”), fino a due “portieri ai camerini degli artisti” e due “inservienti ai gabinetti per signora”. Ma erano previsti – e retribuiti, si suppone, almeno a part-time – anche un calzolaio, un barbiere e due sarti. C’era addirittura “un posto di primo soccorso”, presidiato da un medico (l’Ufficiale sanitario del Comune), della cui presenza rimane ancor oggi una testimonianza: la scritta “MEDICO” apposta all’entrata di quello che era il suo studio, nel corridoio di destra che fiancheggia la platea. Infine, non potevano mancare il direttore, i bigliettai (3) e le maschere, ben dieci, che “dovranno usare modi civili e cortesi e mantenere un contegno serio e dignitoso verso il pubblico” . Esternalizzati, come oggi si dice, erano solo il “servizio di buffet” e il guardaroba.

 

Approfondimenti a cura di Lorenza Servetti